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lug26
Pubblicati, con notevole ritardo direi, i dati ufficiali riferiti alla raccolta differenziata del mese di Giogno e, come nostra consuetudine ve ne diamo notizia.L’estate, come ben noto, è un periodo critico. L’aumento degli abitanti dovuto al flusso turistico comporta inevitabilmente un aumento della produzione di rifiuti. Se vi fosse un efficiente servizio di raccolta differenziata ciò potrebbe costituire una risorsa potendo il comune vendere le materie primeseconde ai vari consorzi, ma in realtà la situazione è esattamente all’opposto. Nessuna struttura ricettiva esegue la raccolta differenziata e quindi tutta questa merce viene inviata a smaltimento con i relativi costi economici ed ambientali che ricadono inevitabilmente sulla popolazione residente. Se, come prevede la legge nazionale e regionale, fosse applicata la tariffa sul servizio anziché la tassa sui rifiuti, determinando così la quota in base alla quantità di rifiuti indifferenziati prodotti almeno i costi economici sarebbero a carico di chi i rifiuti li produce. I camping, gli alberghi, i B&B che non differenziano pagherebbero bollette salate e ciò li spingerebbe ad organizzare al loro interno un efficiente sistema di differenziazione dei rifiuti. Con l’attuale sistema TARSU invece o differenzi o non differenzi la quota non cambia e visto che organizzare un buon servizio ha dei costi, per quale motivo dovrebbero accollarseli? Molto meglio esternalizzare i costi e farli ricadere sulle tasche degli Ostunesi. Qualcuno dirà “non possiamo rompere le scatole ai turisti” e io gli rispondo che sono cose che si fanno in diverse parti del mondo anche in luoghi dove il turismo frutta molto di più che da noi.
A Giugno quindi primo picco nella produzione dei rifiuti destinato a raggiungere il suo culmine nel mese di Agosto. Più di 2.100 tonnellate, il 10% in più rispetto allo scorso anno. Questo però non dimostra, come sostiene qualcuno, che vi sia un incremento delle presenze rispetto allo scorso anno, perchè ad Ostuni da anni, nei periodi non turistici, si osserva un costante aumento della produzione dei rifiuti a fronte di un costante calo dei residenti. Tali aumenti non sono certo conseguenza di un aumento delle presenze ma bensi di un mercato malato che ci spinge sempre più a comprare a soprattutto a comprare cose che hanno una vita breve in modo che siamo “costretti” a ricomprarle.
Il 7,91% di questa enorme massa di rifiuti è andata a recupero mentre il restante 92% è stato destinato a discarica. Cala conseguentemente anche la media annuale che scende sotto il 9% (8,78 per l’esattezza), ma tutto ciò deve essere ignoto a Legambiente che ci ha assegnato le cinque vele…tte anche per “il miglioramento della raccolta differenziata”. Questi dati, vale la pena ricordarlo, comporteranno l’applicazione della ecotassa imposta dalla Regione Puglia ai comuni che non soddisfano i minimi standar nella differenziazione dei rifiuti, con conseguenti esborsi per € 100.ooo con i quali si poteva fare ben altro.
P.S.: Martedì è previsto un decisivo incontro tra innovambiente e ATO BR1 il cui esito avrà in un modo o nell’altro delle ripercussioni sulla raccolta e gestione dei rifiuti dei comuni afferenti tra cui Ostuni. Per gli aggiornamenti … stay tuned.
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lug9
Sono le piccole cose che fanno la differenza, è con le piccole cose che si può cambiare il mondo; il cambiamento può partire solo dalle comunità, dai Comuni partirà (anzi è già partito) il grande cambiamento. Si è vero così si procede piano piano, ma come ben sapete chi va piano va sano e va lontano.
È stata inaugurata venerdì 22 maggio a Monterotondo, la prima fontana leggera del Lazio e dopo soli 5 giorni dall’inaugurazione il contatore registrava ben 12.000 litri di acqua erogati.Un dato importante che evidenzia come, grazie a questa opportunità, il rifornimento di acqua pubblica sia una scelta sempre più diffusa.
I litri di acqua “sfusa” hanno permesso di risparmiare le prime 8.000 bottiglie in materiale plastico che corrispondono a 10.880 kWh di energia eletrtica e 4.240 litri di acqua non utilizzate in fase di produzione.
Anche la CO2 è coinvolta in questa azione collettiva di risparmio con ben 560 kg di anidride carbonica non emessa.
La fontana, fortemente voluta dall’Assessore all’Ambiente e alle politiche giovanili del Comune di Monterotondo Luigi Cavalli, rientra all’interno del progetto Riducimballi promosso dall’Ente di Ricerca Ecologos avente come finalità la riduzione dei rifiuti alla fonte.
“Questa installazione della fontana pubblica alla spina è un tassello di un progetto più ampio del Comune di Monterotondo che prevede anche altri interventi per aumentare la sostenibilità dei consumi da parte dei cittadini, come i punti vendita dei detersivi, del latte, della pasta e dei cereali, tutti alla spina.” dichiara Luigi Cavalli – ”Si tratta di azioni concrete che avranno come risultato la riduzione dei rifiuti alla fonte, fatto utile questo anche in vista di un potenziamento della raccolta differenziata”.
A poco più di un mese dall’inaugurazione, la Fontana Leggera di Monterotondo ha già raggiunto i 100.000 litri di acqua liscia e gasata erogati. Un successo per il Comune e per la cittadinanza che ha riscoperto una risorsa pubblica e ne apprezza le caratteristiche.
100.000 litri di acqua pubblica distribuita vogliono dire circa 65.000 bottiglie di plastica non utilizzate per il trasporto e il confezionamento delle normali acque minerali.
Il risparmio delle bottiglie si traduce in 88.400 kWh di energia non utilizzata, 34.450 litri di acqua non utilizzati per la produzione della plastica e 4.550 kg di emissioni di CO2 non immesse in atmosfera.
Articolo tratto da comunivirtuosi.org
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lug1
Documento sottoscritto da un gruppo di medici di famiglia toscani, tratto da salutepubblica.org.Da alcuni anni si sta intensificando un fenomeno che può essere definito come “Consumismo Sanitario”, cioè uso di prestazioni sanitarie in assenza di chiare indicazioni. Questo fenomeno si muove con le logiche del marketing ed i meccanismi del “consumismo” in generale e tratta la salute come una merce di consumo. Il consumismo interessa, in primo luogo, e forse con maggiori giustificazioni, il settore privato, ma anche il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non ne è esente. Il SSN è un sistema che risponde ai criteri di universalità, solidarietà ed equità. Le statistiche dimostrano che dove c’è un SSN pubblico la salute è maggiore. Questa non può essere considerata merce e il Servizio Sanitario non può essere finalizzato al profitto: è un servizio etico il cui valore è la salute. Il mercato è diverso: c’è conflitto tra chi ha per obiettivo il profitto (privato) e chi la salute (SSN). La sanità deve essere governata dalla struttura pubblica, se non altro per motivi etici senza sprechi, tenuto anche conto che le risorse sono limitate, e con obiettivi di appropriatezza di intervento.
La solidarietà non può comprendere tutto: il necessario e il superfluo. Si tratta di avere un sistema che individui quali sono le prestazioni efficaci e appropriate e le priorità che indirizzino le allocazioni delle risorse. Al di fuori di questi criteri, l’uso eccessivo delle prestazioni non solo fa spendere, ma spesso non serve, e talvolta può essere dannoso per la salute stessa del cittadino. La moderna medicina spreca immense risorse per esami inutili e terapie inappropriate: questa è la ragione vera per la quale la sanità costa sempre di più e diventa insostenibile. Il consumismo sanitario va peraltro ad impattare le categorie più fragili economicamente, ma anche culturalmente.
Il compito delle professioni è quello di diventare la voce più forte a favore del SSN e del cittadino per individuare le prestazioni efficaci, tenendo presente che certa scienza può falsificare se stessa per autopromuoversi. Cause del consumismo sanitario sono la disinformazione e la cattiva comunicazione, la cultura diffusa del “diritto a tutto, subito e gratis” e i bisogni indotti dal mercato. Il “consumismo sanitario” si adopera per creare bisogni attraverso campagne di stampa, associazioni di malati, giornate nazionali, creazione di centri e associazioni scientifiche e produzione di numeri, dati e ricerche ad hoc. Il paziente talvolta chiede anche il superfluo perché lo ritiene un suo diritto. Si lamenta spesso impropriamente. C’è una aspettativa esagerata. Insegue il mito dell’eterna giovinezza e il miraggio di una vita eterna.
L’industria della salute deve reclutare sempre più clienti che consumino pillole, che facciano esami, ricoveri, visite, interventi. Ed oltre ai malati vanno reclutati anche i sani! Il messaggio dei media è ormai esplicito: ognuno è a rischio, più o meno remoto, di ammalarsi, quindi anche i sani devono ricorrere all’industria della salute, e precocemente, trasformandosi così in malati. Il consumismo sanitario determina la fine della ricerca indipendente poiché i costi della ricerca sono elevati e non sostenibili dai governi ma solo dalle multinazionali con chiaro e spesso non dichiarato conflitto d’interesse. Il consumismo sanitario determina la crisi del servizio sanitario. Negli ospedali crollano le giornate di degenza ed esplode il numero dei medici che hanno complessivamente spostato la loro attività dalla cura alla diagnosi precoce o presunta tale. L’aumento delle liste di attesa è da attribuirsi al consumismo sanitario correlato a scarsamente utili check up e procedure di diagnosi precoce, come spesso avviene anche in campo oncologico; settore molto delicato per la presa emozionale sul cittadino. Il consumismo sanitario determina danni alla salute (da farmaci e da diagnostica), danni all’ambiente (da inquinamento con conseguenti danni alla salute!), disuguaglianze di accesso e utilizzo dei servizi assistenziali. E’ lo spreco che rende impossibile cure gratuite per tutti. Tagli obbligatori e malessere sociale sono effetti e non cause del fallimento di una sanità gratuita.
Possibili proposte per contrastare il consumismo sanitario e difendere il servizio sanitario nazionale sono:- sviluppare la ricerca scientifica pubblica per valutare, secondo metodi scientifici, quali procedure devono essere mantenute e/o introdotte nella pratica clinica, assistenziale ed in ambito preventivo.
- Potenziare la “vera” prevenzione primaria, la riduzione, cioè, dell’esposizione collettiva ai sempre più ubiquitari patogeni ambientali, attraverso una valutazione preventiva, pagata dall’industria, del rischio biologico connesso alle sostanze immesse nell’ambiente (REACh) e attraverso l’applicazione del Principio di Precauzione. Il Principio di Precauzione è un approccio alla gestione dei rischi che si esercita in una situazione d’incertezza scientifica, che reclama un’esigenza d’intervento di fronte ad un rischio potenzialmente grave, senza attendere i risultati della ricerca scientifica. Il principio contrasta l’atteggiamento di “stare a vedere cosa succederà prima di prendere provvedimenti” per non turbare interessi in gioco diversi da quelli di salute (Trattato Istitutivo dell’UE, art. 174, comma 2, Mastricht, 1992, e Conferenza ONU Ambiente e Sviluppo – Principio 15, Rio de Janeiro, 1992).
- Assicurare la dichiarazione di eventuali conflitti di interessi da parte di ricercatori e consulenti. Chi utilizza il suo prestigio scientifico per esprimere un parere dovrebbe essere obbligato a pubblicizzare i propri legami economici e di carriera con lo sponsor. Il problema è ancora peggiore quando ad essere sponsorizzate sono le società scientifiche che scrivono le linee guida per un determinato campo medico.
- Recuperare il senso civico dei cittadini che sono portatori sia di diritti che di doveri. Promuovere una nuova cultura della responsabilità condivisa. E’ necessario far capire che cosa c’è dietro ciascuna prestazione: quali siano i costi, i rischi e l’impatto ambientale.
- Formare studenti che diventino medici responsabili, che prendano parte con impegno alle attività che contribuiscono alla salute e al benessere dell’intera comunità e dei suoi membri. I curricula universitari non rispondono ancora ai bisogni emergenti, in particolare non sono ben conosciute le correlazioni dei diversi livelli di salute con i determinanti di salute e cioè i fattori socio-economici, culturali e ambientali.
- Fornire strumenti di conoscenza critica ai medici affinché possano decodificare le domande improprie che i cittadini e i malati presentano, essendo questi ultimi influenzati da un’informazione non sempre trasparente e obiettiva, riconoscendo che compito della professione è contribuire alle scelte attraverso l’individuazione delle priorità e la verifica delle linee guida nella pratica clinica.
- Promuovere una cultura di “osservazione” nei confronti delle distorsioni del sistema. In particolare sollecitare la realizzazione di un osservatorio regionale sugli screening, composto anche da MMG, tenuto conto che la diagnosi precoce è un’importante area di criticità e sollecitare i comitati etici affinché tutti i protocolli di ricerca riportino, in maniera esplicita, veritiera e trasparente, la stima dei rischi (acuti, subacuti e a lungo termine- ad esempio connessi all’impiego di radiazioni ionizzanti) connessi agli esami proposti al paziente per motivi di studio e di ricerca.
- Favorire l’affermarsi di fonti di informazione credibili, trasparenti e indipendenti (recuperare, per esempio, per quanto concerne la Regione Toscana, la pubblicazione indipendente “Riflessioni sui farmaci”).
- Negoziare con i cittadini patti di salute etici ed efficaci, richiamando gli abusi, vigilando sull’appropriatezza delle prestazioni e denunciando apertamente il disease mongering, ovvero tutte quelle strategie che puntano ad aumentare il numero dei malati e di malattie con il solo scopo di allargare il mercato della salute.
Postato da: Paolo Mariani; in:Economia, Politica, Salute; Tags:, decrescita, sostenibilità; Commenti:No Comments
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giu21
Che strani tipi questi di Provaglio, permettono la realizzazione di 200 impianti fotovoltaici a costo zero sia per il Comune sia per i cittadini. Le famiglie che aderiranno al pregetto dimezzeranno immediatamente la bolletta elettrica senza uscire un solo euro di spese e fra vent’anni, diventando proprietari dell’impianto, non pagheranno più un centesimo per l’energia. Mr Tanzarella do you know FOTOVOLTAICO?
La Legge Finanziaria 2007 ha disposto interessanti incentivi per il risparmio energetico e per la produzione di energia pulita.
Tra le varie agevolazioni anche quella relativa all’installazione di impianti fotovoltaici, costituiti da pannelli in grado di trasformare direttamente l’energia solare in energia elettrica, evitando qualsiasi tipo di emissione inquinante.
Si tratta di un sistema, già diffuso in numerosi altri Paesi del nostro Continente, attraverso il quale è possibile generare elettricità senza l’uso di alcun combustibile; elettricità che, una volta raggiunto il proprio fabbisogno, può essere venduta dallo stesso cittadino al Gestore del Servizio (ENEL o Enti simili).
L’importanza di tale misura non ha bisogno di molte sottolineature. Essa, infatti, non ha soltanto una evidente valenza ecologica (si tratta di energia “pulita” prodotta in modo “pulito”), ma ne ha anche una macro-economica, per non dire politico-strategica, in quanto rende l’Italia meno dipendente dalle forniture energetiche straniere.
Eppure, nonostante ciò e nonostante l’accresciuta sensibilità ecologica dei cittadini, la straordinaria opportunità offerta dalla nostra legislazione è stata finora poco sfruttata. Ciò dipende, in parte, dai fastidi delle procedure burocratiche connesse e, in parte, dai costi di acquisto e di impianto dei pannelli fotovoltaici, per ammortizzare i quali si devono calcolare almeno dieci anni di produzione elettrica domestica.
A tal proposito, la Società di Servizi AGS S.p.A. (una municipalizzata a capitale interamente pubblico), con la fattiva collaborazione del Comune di Provaglio d’Iseo, ha ideato un progetto “ad hoc” da sviluppare sul territorio. Il progetto capofila, si tratta della prima esperienza del genere in tutta Italia, prevede l’installazione gratuita di duecento impianti fotovoltaici presso le abitazioni di altrettanti nuclei familiari di Provaglio, Provezze e Fantecolo.
A rendere possibile questa iniziativa, oltre all’Amministrazione Comunale locale e ad AGS, la partecipazione di un importante Ente collaboratore, la Banca di Credito Cooperativo di Pompiano e Franciacorta.
Attraverso il “Fotovoltaico Facile”, questo il nome dato al progetto, AGS offre ai cittadini residenti (coloro che ne faranno richiesta e i cui nuclei abitativi saranno ritenuti idonei) un percorso assistito per la realizzazione di un impianto di produzione di energia elettrica tramite pannelli solari fotovoltaici.
In termini pratici, la locale società di servizi acquista i pannelli fotovoltaici grazie al finanziamento della Banca di Credito Cooperativo di Pompiano e Franciacorta; si occupa poi dell’installazione e rimane ovviamente la beneficiaria dell’elettricità prodotta. Grazie a tale elettricità prodotta, nonché venduta al Gestore del Servizio, AGS fa fronte al finanziamento bancario, dimezza la bolletta delle famiglie coinvolte e paga il lavoro d’ufficio e di montaggio. Dopo vent’anni, comunque, la proprietà degli impianti e dell’intera produzione passa alle famiglie stesse.
Nel caso specifico, poi, l’iniziativa proposta dalla municipalizzata provagliese offre una struttura in grado di occuparsi di tutte le fasi di realizzazione (consulenza, installazione e successiva assistenza) e il finanziamento dell’impianto al 100%.Postato da: Paolo Mariani; in:Ambiente, Economia, Politica; Tags:, energia, Ostuni, sostenibilità; Commenti:No Comments
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mag6
“Attraverso una semplice delibera comunale il Sindaco certifica la provenienza di ogni prodotto della sua terra” così Luigi Veronelli spiegava la De.C.O.Un’idea nata dal basso per valorizzare quegli immensi giacimenti enogastronomici che racchiude l’Italia. Risorse e ricchezze che appartengono alla terra, al proprio luogo d’origine.E’ il riconoscimento della tipicità di quei tanti prodotti agroalimentari che non rientrano, per motivi diversi, in altre forme di tutela. Una maniera per legare un prodotto alla sua terra, al suo Comune, al luogo dove esso si produce da sempre. Protagonista di questa “certificazione” di tipicità, che è essenzialmente un mezzo di promozione, è il comune. Il vero “giacimento” del Paese è costituito infatti dalla grandissima ricchezza di culture, di usi, di tradizioni che si possono incontrare negli oltre ottomila Comuni di ogni parte d’Italia.Tra i ‘giacimenti’ più preziosi c’è di sicuro quello dei cibi, dei vini, delle mille e mille specialità della tradizione gastronomica locale. Non esiste posto, in Italia, dove manchi un esempio di questa nostra abitudine alla buona tavola, da sempre conosciuta e apprezzata anche all’estero.È una richiesta infinita, che chiede soltanto di essere valorizzata, e che può fornire opportunità economiche sorprendenti.Il fenomeno delle De.C.O. nasce a seguito della legge dell’8 giugno 1990 n. 142 che consente ai Comuni la facoltà di disciplinare, nell’ambito dei principi sul decentramento amministrativo, la materia della valorizzazione delle attività agro-alimentari tradizionali che risultano presenti nelle diverse realtà territoriali.
In seguito ed in forza di questa podestà concessa ai Comuni, l’Anci, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani, nel 2000 ha redatto una proposta di legge di iniziativa popolare recante: “Istituzione delle denominazioni comunali di origine per la tutela e la valorizzazione delle attività agro-alimentari tradizionali locali”.
Nel frattempo, giuristi e opinion leader sono intervenuti in merito all’opportunità dei Comuni di legiferare in campo di valorizzazione dei propri prodotti. Citiamo a tale proposto l’articolo di Giuseppe Guarino sul Corriere della Sera del gennaio 2002 e la lunga battaglia intrapresa dal giornalista Luigi Veronelli per la diffusione del fenomeno delle De.C.O. in quanto tale.
In sostanza Guarino e Veronelli hanno iniziato a fare riferimento anche alla legge Costituzionale n. 3 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 18 ottobre 2001, che delega ai Comuni la podestà di emettere regole in campo agricolo.Pensate: ad Ostuni quanti prodotti elimentari, agricoli ed artigianali potrebbero rientrare in questa categoria?
Postato da: Paolo Mariani; in:Economia, Lavoro, Politica; Tags:, prodotti locali; Commenti:No Comments
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mar29
Anche ad Ostuni ieri ha soffiato un vento diverso. Non mi riferisco al forte scirocco che ci sta facendo compagnia in questi giorni, ma bensì alle parole ed ai concetti che Nello De Padova, autore del libro DePILiamoci ed esponente del Movimento della Decrescita Felice ha voluto condividere con tutti noi nell’incontro tenutosi presso l’auditorium della biblioteca comunale al quale ha partecipato un discreto numero di persone.
Idee non facili da accettare ed accogliere a braccia aperte da una società ormai abituata ad associare il possesso di beni e merci al progresso ed al benessere. Lo scetticismo, la diffidenza verso le proposte e le analisi elaborate durante l’incontro erano palpabili nel pubblico che comunque si è dimostrato attento ed interessato all’argomento. La diffcoltà ad accogliere appieno la teoria della decrescita si basa soprattutto sul fatto che pur riconoscendone la validità e la concezione di fondo si ritengono i precetti indicati di difficile, se non impossibile, applicazione. Se pensiamo che da diverso tempo sentiamo lamenti provenire da tutta la società in merito alla difficoltà delle famiglie, delle persone ad arrivare alla fine del mese, capite bene che una persona che propone di lavorare meno, guadagnare meno e dedicare il tempo resosi libero ad altre attività che, se pur ti permettono di risparmiare, non prevedono introiti economici viene quanto meno ascoltato con forte perplessità e diffidenza. Se però ci soffermiamo a riflettere su dove vanno a finire i nostri guadagni, le nostre spese sia esse private che pubbliche, ci si rende immediatamente conto degli enormi sprechi e delle cospique spese inutili che, se evitate, potrebbero metterci nelle condizioni di avere un minor fabbisogno di soldi quindi di lavoro e potremmo così dedicare il nostro tempo ad altro.
Purtroppo viviamo in una società dove il benessere di una nazione è misurato attraverso il PIL che però come diceva già 40 anni fa Robert Kennedy quantifica le merci, tra cui molte che sono nocive alla nostra società come ad esempio le armi e l’inquinamento, mentre non considera affatto aspetti fondamentali quali i rapporti tra le persone, la nostra intelligenza, la nostra cultura, la nostra onestà. Per intenderci le attività mafiose aumentano il PIL, una mamma che aiuta il proprio figlio a fare i compiti evitando di mandarlo a ripetizioni private non solo non contribuisce ad aumentare il PIL ma al contrario lo fa diminuire. Fin quando si tratta questo principio difficilmente si trova chi non critica fortemente questa assurdità, ma se ci si sposta sui comportamenti individuali dicendo che forse vale la pena lavorare meno per aiutare i propri figli a fare i compiti, ecco che subito partono le domande: e il mutuo come lo pago? e le bollette? e la spesa? Tutti validi quesiti a cui una società della decrescita potrebbe adeguatamente rispondere.
Purtroppo però, come in tutte le cose, se il cambiamento non arriva dalla base difficlmente dall’alto troveremo qualche illuminato che ci spiani la via. La decrescita non prevede la cancellazione o la eliminazione del PIL ma una sua riconcettualizzazione per, come dice il sottotitolo del libro di Nello, liberarsi del PIL superfluo e vivere felici.
La decrescita è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.
La discussione continua sia su questo blog sia sul sito di DePILiamoci. Particolare successo hanno riscontrato i videoclip proiettati durante l’incontro; riportiamo qui i link per poterli visualizzare.
Discorso di Kennedy sul PIL, La storia delle cose (emblematico nell’evidenziare il modello economico della nostra società), Eppure soffia anche ad Ostuni (immagini di Ostuni la città bianca, in questo caso un pò sporca, accompagnate dalla celebre canzone di Pierangelo Bertoli).
Postato da: Paolo Mariani; in:Ambiente, Economia, Lavoro, Politica, Rifiuti, Salute; Tags:, decrescita, depiliamoci, eventi associazione, Ostuni; Commenti:1 Comment
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mar9
L’Italia è un paese meraviglioso.
Ricco di storia, arte, cultura, gusto, paesaggio. Ma ha una malattia molto grave: il consumo di territorio. Un cancro che avanza ogni giorno, al ritmo di quasi 250 mila ettari all’anno. Dal 1950 ad oggi, un’area grande quanto tutto il nord Italia è stata Seppellita sotto il cemento.La natura, la terra, l’acqua non sono risorse infinite. Il paese è al dissesto idrogeologico, il patrimonio paesaggistico e artistico rischia di essere irreversibilmente compromesso, l’agricoltura scivola verso un impoverimento senza ritorno, le identità culturali e le peculiarità di ciascun territorio e di ogni città, sembrano destinate a confluire in un unico, uniforme e grigio contenitore indistinto.
La Terra d’Italia che ci accingiamo a consegnare alle prossime generazioni è malata. Curiamola!
STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO!
Scatenare gli “spiriti animali” della speculazione edilizia più forsennata e rozza per dare uno choc all’economia, un colpo alla burocrazia e un volano enorme all’edilizia: questo, secondo le sue parole, il progetto di politica urbanistica dell’uomo che gli italiani, aiutati da una legge elettorale balorda, hanno scelto per governare. Si potranno aumentare del 20% le cubature di tutti gli edifici residenziali esistenti e della stessa quantità le aree coperte dagli edifici ad altra destinazione. Si potranno demolire e ricostruire, con il 30% in più, gli edifici costruiti prima del 1989. Tutto questo in deroga ai piani regolatori e ai pareri degli uffici: basta la certificazione di un tecnico.
Siamo alla follia. Si cancellano non pochi decenni, ma alcuni secoli di tentativi di regolare un mercato (quello dell’utilizzazione del suolo a fini urbani) che, lasciato alla spontaneità, stava distruggendo le città e rendendone invivibili le condizioni per gli abitanti e le attività.
La regolamentazione del territorio nell’interesse collettivo non nasce nei paesi del socialismo reale, e neppure in quelli del welfare state, ma agli albori del XIX secolo nei paesi del capitalismo maturo. Arrivò più tardi nei paesi in cui le debolezza dell’imprenditoria moderna lasciava ampio spazio alla rendita, come l’Italia. Qui la regolamentazione urbanistica venne introdotta, nell’epoca fascista, dopo un conflitto che vide, all’interno di quel mondo, la vittoria delle forze del profitto su quelle della rendita: fu nel 1942, quando la legge del fascista Gorla fu approvata contro le resistenze dei difensori del privilegio indiscriminato della proprietà privata.
Aumentare le cubature e le superfici delle costruzioni esistenti in deroga a piani (per di più già spesso sovradimensionati) significa compromettere tutte le condizioni della vivibilità: peggiorare le condizioni del traffico, il carico delle reti dell’acqua e delle fogne, ridurre l’efficienza delle scuole, del verde, dei servizi sociali, peggiorare le condizioni dell’aria e dell’acqua, ridurre gli spazi pubblici, rendere più difficile la convivenza.
Significa privilegiare, nell’economia, le componenti parassitarie rappresentate dalla speculazione immobiliare rispetto a quelle della ricerca, dell’innovazione dei sistemi produttivi, dell’utilizzazione delle risorse peculiari della nostra terra. Non dimentichiamo che scatenare l’attività edilizia indiscriminata provocherà la distruzione di paesaggi, di beni artistici e culturali, di testimonianze storiche e di bellezza: insomma, di tutte le componenti del patrimonio comune, già così debolmente tutelati nel nostro paese.
E riflettiamo sul fatto che affidare le decisioni delle demolizioni e ricostruzioni e degli ampliamenti edilizi al parere tecnico di professionisti pagati dagli stessi operatori immobiliari interessati significa sottrarre ogni decisione non a una parassitaria burocrazia, ma ai pareri di qualificati funzionari pubblici e alla possibilità dei cittadini di concorrere, mediante le procedure della pianificazione urbanistica e l’intervento diretto di partecipazione, alle scelte di trasformazione dei territori sui quali vivono.
Da quale palazzo o palazzetto della politica nascerà il segnale di una protesta che fermi la marcia verso la devastazione?
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gen15
COMUNICATO STAMPA
Ieri 14 gennaio 2009 con una comunicazione interna, la numero 1/2009 (come dire buon anno), i dipendenti della Telcom di Ostuni hanno avuto conferma delle voci che ormai da tempo giravano sia in azienda sia in tutto il paese. La direzione aziendale informa che a causa di un agguerrita concorrenza nel settore è stata costretta ad individuare le soluzioni organizzative, logistiche ed impiantistiche attuando significativi inestimenti anche per far fronte alla grave crisi generale in atto. Tale riorganizzazione prevede una riduzione del personale addetto, per cui sono state avviate le procedure per il licenziamento collettivo di 49 dipendenti che, così facendo, scenderanno dalle attuali 237 unità a 188.
Quando si concluderanno queste procedure 49 persone rimarranno senza lavoro, 49 famiglie senza un reddito e mi domando: quanti di questi 49 hanno moglie, figli, un anziano da accudire, una mutuo da pagare. La difficoltà a reperire un impiego in questo territorio ed in questo periodo non è certo una novità. Che faranno questi 49, toccherà ai giovani, ai vecchi, a chi ha famiglia a carico, a chi sta ancora a casa con mamma?
E’ vero la crisi avanza, è da mesi che ce lo continuano a ripetere. L’informazione su molte verità tace, ma su questa no, ci ha avvisato e ci hanno detto che gli effetti di questo tsunami finanaziario sarebbe arrivato sulla nostra penisola nel 2009. Ma è questo il metodo per mettersi al riparo, è questo il modo di salvarsi? Questa crisi finanziaria si è scatenata con un effetto domino senza precedenti nella storia della società moderna. Un fallimento da una parte ha avuto ripercussioni disastrose su un altro settore che a sua volta a fatto crollare qualcos’altro che a sua volta ancora ha messo in crisi qualcun altro e via così sino ad arrivare a noi e a quanto pare alla Telcom. Bene, credo che: o qualcuno interrompe questo effetto domino oppure gira e gira cadremo tutti, ma proprio tutti, in una voragine senza fine.
Provate a pensare: la Telcom, così come una qualsiasi altra azienda, è in crisi e per far fronte a questa situazione riduce le spese licenziando 49 persone. Ok, queste 49 persone rimangono senza stipendio, alcuni di loro erano monoreddito magari con figli a carico, oppure avevano contratto un mutuo e magari gli mancavano pochi anni per estinguerlo, fatto sta che queste 49 persone hanno adesso uno stipendio in meno e faranno ne più ne meno che quello che ha fatto l’azienda che li ha licenziati: diminuiranno le spese. Andranno meno al supermercato, acquisteranno il minimo indispensabile per sopravvivere, eviteranno tutte le spese evitabili o che comunque possono essere rimandate, se avevano un mutuo e non potranno più onorarlo perderanno la casa, se avevano un auto la venderanno a qualche dama del domino che ancora non è caduta. Che ancora non è caduta! Si proprio così perche il comportamento di questi 49 si ripercuoterà su qualcun altro. Le banche perderanno liquidità (avranno l’immobile e non la rata del mutuo), il mercato immobiliare andrà in crisi perche ci sono le case ma non i soldi, i commercianti vedranno calare le vendite, i supermercati saranno sempre più vuoti e vedranno diminuire i loro incassi, etc. Ognuno di questi reagisce alla crisi nello stesso identico modo: diminuisce le spese, licenzia e così l’effetto domino continua inarrestabile fino a ritornare alla stessa telcom che sarà costretta a chiudere perchè nessuno avrà i soldi per comprare i suoi prodotti.
Nesuno si salverà da questo effetto domino se non ci saranno persone lungimiranti che interverranno con decisione e ponendosi come contrappeso. Ora più che mai la decisione di licenziare, di lasciare delle persone senza stipendio è quanto di più sbagliato si possa fare. Badate bene, non voglio certo sostenere la tesi secondo cui bisogna dare i soldi ai cittadini perchè così possano spendere e far ripartire un sistema economico che deve il proprio fallimento al consumismo sfrenato e all’illusorietà di benessere associato al possesso di merci. Il lavoro non serve ad avere i soldi per l’ultimo modello di telefonino o per il televisore a 52 pollici (per vedere un reality!!!), ma serve ad avere un ruolo nella società e ad avere dignità di persona. Se ho un lavoro che mi garantisce una vita libera e dignitosa potrò anche essere in grado di passare del tempo coi miei familiari, coi miei amici, partecipare all’educazione dei miei figli, interessarmi ai problemi della società ed impegnarmi per un suo miglioramento. Se quando mi alzo alla mattina devo pensare a come posso fare per racimolare quattro soldi per sfamare me e la mia famiglia invece…
Voglio quindi fare un appello al Dr Alfonso Casale, fondatore della Telcom, che l’associazione da me presieduta ha avuto l’onore di ospitare nel dibattito pubblico del 7 Dicembre scorso sul tema delle morti e degli infortuni sul lavoro quale imprenditore serio e responsabile che in questi anni di onorata attività ha saputo conciliare produttività, qualità e sicurezza partendo dal presupposto che, come lui stesso ha dichiarato in quell’occasione, i lavoratori sono il fattore fondamentale e indispensabile in un azienda. Gli chiedo di fare tutto il possibile (ma anche l’impossibile) affinchè si evitino quei 49 licenziamenti. Se il problema è economico vi possono essere numerosi modi per risparmiare il 20% sul personale, non sono certo un esperto del settore ma penso ai contratti part time (lavorare meno lavorare tutti) oppure ad una partecipazione economica/gestionale dei dipendenti dell’azienda che, dove è stata attuata, non solo ha fornito all’azienda risorse economiche ma ha dato anche stimolo ai dipendenti che così coinvolti hanno trovato le motivazioni e le forze necessarie a dare la giusta spinta all’azienda. Trovi una qualsiasi soluzione, ma le chiedo di essere lungimirante e così come ha sempre investito sulla sicurezza dei suoi lavoratori adesso investa sul futuro di tutti loro cominciando a considerarli una risorsa piuttosto che una spesa. Egregio Dr Casale convochi un’assemblea con tutti i suoi dipendenti, dica loro come stanno le cose senza fronzoli e senza veli (pane al pane vino al vino come si suole dire), dia loro la possibilità di fare domande, di avanzare proposte, sono convinto che insieme potrete trovare la soluzione migliore per superare questo difficile momento.
Infine un’appunto ai dipendenti: in questa faccenda non siate spettatori, fate sentire la vostra voce, fate la vostra parte. Capiamoci, non è il momento di scontri, di contrapposizioni che tra l’altro non ci sono mai stati, ma è il momento della partecipazione. La vostra azienda è in crisi ed ha bisogno di un rilancio; chi meglio di voi che in quell’azienda ci lavora tutti i giorni e ne conoscete ogni anfratto, ogni meccansimo può trovare le migliori soluzioni per affrontare questo periodo. Confrontatevi serenamente con i dirigenti, siate propositivi, pensate al futuro quello vostro e quello dell’azienda, non fate il tragico errore di pensare: e chi se ne frega tanto non toccherà a me.
“l’azienda non può essere considerata solo come una scoietà di capitali; essa, al tempo stesso, è una società di persone, di cui entrano a far parte in modo diverso e con specifiche responsabilità sia coloro che forniscono il capitale necessario per la sua attività, sia coloro che vi collaborano col loro lavoro” – Giovanni Paolo II.
Paolo Mariani




























