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giu30
Un concetto teoricamente ben presente nella nostra cultura è l’importanza, fin dalla prima infanzia, di una sana ed equilibrata alimentazione. Ma, come spesso avviene per numerosi altri aspetti della nostra vita, a caratterizzarci è la lentezza con cui siamo in grado di trasferire la teoria nella pratica quotidiana; i prodotti da agricoltura biologica, pur diffusi su tutto il territorio nazionale, rimangono comunque un prodotto di nicchia, cosa a cui consegue un prezzo di vendita più elevato rispetto ai prodotti realizzati con tecniche tradizionali.
Il tipo di alimentazione ha ripercussioni sullo stato di salute dei soggetti. L’insorgenza di malattie cardiovascolari, dismetaboliche e neoplastiche è legata anche alle abitudini di vita ed alimentari degli individui e, come ben si sa, la maggior parte della spesa sanitaria è indirizzata proprio alla cura di queste patologie. Quindi destinare risorse nell’incentivare l’utilizzo di alimenti biologici deve essere considerato un investimento in quanto questo mi farà risparmiare in futuro sulla spesa sanitaria.
Lo stimolo a questi comportamenti virtuosi non può che partire dagli Enti Locali sia favorendo la produzione e il commercio di prodotti biologici sia stimolandone il consumo. Le mense biologiche sono un ottimo strumento in tal senso in quanto, oltre a fornire agli uttenti alimenti sani, sono in grado di sensibilizzare la cittadinanza alla tematica, far conoscere ai cittadini questi prodotti, stimolare il commercio, fornire risorse ai produttori. Da agiungere anche che l’agricoltura biologica necessita di più manodopera e quindi far crescere questo settore permette la creazione di posti di lavoro, per non parlare infine dei benefici ambientali, in particolare contro la desertificazione.
Le mense biologiche, vale la pena ricordarlo, sono anche un diritto legalmente riconosciuto. La normativa vigente, infatti, impone che gli alimenti destinati all’infanzia siano esenti da residui di fitofarmaci. Da uno studio effettuato nel 2001 è risultato che un terzo dei prodotti presente nelle mense non era idoneo all’alimentazione per l’infanzia; il suo utilizzo ha leso il diritto alla salute degli utenti ed ha costituito un infrazione alla legge. La normativa prevede in oltre l’obbligo di utilizzare quotidianamente nelle mense scolastiche prodotti ottenuti da agricoltura biologica.
Valutati tutti questi aspetti non si può che arrivare alla conclusione che l’istituzione delle mense biologiche dovrebbe essere scelta ormai non più rimandabile. D’altronde la sola introduzione di cibi biologici nei menu non può essere l’unico aspetto da prendere in considerazione. Le mense sono anche grandi produttrici di rifiuti in particolare plastica e organico. Il divieto ad utilizzare stoviglie di plastica usa e getta dovrebbe essere uno dei primi provvedimenti da prendere da parte di un amministrazione lungimirante in quanto porterebbe immediati vantaggi ambientali ed economici. Tale abitudine propinataci sbandierando la maggior sicurezza igenica è in realtà utilizzata per esternalizzare i costi. L’utilizzo di stoviglie tradizionali non comporta alcun rischio, basta provvedere al loro regolare e corretto lavaggio, ma ciò comporta un costo in strumentazioni e manodopera, molto meglio l’usa e getta tanto i costi per il loro smaltimento se li accolla la comunità.
L’istituzione di mense biologiche e sostenibili con l’introduzione di prodotti biologici certificati, con il divieto ad utilizzare stoviglie di plastica, con l’obbligo ad utilizzare la più sicura e genuina acqua dell’acquedotto, l’utilizzo di prodotti freschi, di stagione provenienti dal territorio circostante e non dall’altra parte del globo comporta benefici ambientali, migliora le condizioni di vita e di salute della poplazione e, dulcis in fundus, consente di risparmiare denaro; di che cos’altro hanno bisogno i nostri amministratori pubblici per darsi una mossa?
Paolo Mariani
Postato da: Paolo Mariani; in:Ambiente, Politica, Rifiuti, Salute; Tags:, alimentazione, biologico, mensa, prodotti locali, scuola, sostenibilità; Commenti:No Comments
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gen31
Si riporta un comunicato stampa di Slow-Food ItaliaLatte, mangiarlo crudo e in sicurezza è il risultato delle moderne tecnologie. Ricercatori, nutrizionisti e produttori oggi a convegno all’Università di Scienze Gastronomiche.
La recente bufera mediatica scatenatasi sul latte crudo ha causato ingenti perdite agli allevatori che avevano investito su questo nuovo prodotto, creando un ingiustificato allarme e un diffuso disorientamento tra i consumatori. Il punto sulla situazione è stato fatto questa mattina da ricercatori, nutrizionisti, produttori ed esperti del settore in un convegno dal titolo “Latte: la cruda verità”. Il latte crudo, i suoi vantaggi, i suoi pericoli, organizzato da Slow Food Italia e dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, tenutosi presso l’Aula Magna dell’ateneo piemontese.
A seguito dei casi di tossinfezione oggetto delle cronache, il 10 dicembre 2008 il Ministero della Salute ha emesso un’ordinanza che introduce l’obbligo di riportare sugli appositi distributori la dicitura “da consumarsi solo dopo bollitura”. Tuttavia le statistiche dimostrano che non ci sono state variazioni nella casistica di SEU (Sindrome emolitico-uremica) una malattia molto rara causata da tossinfezioni di Escherichia Coli, da quando si sono diffusi in Italia gli erogatori di latte crudo.
«Il latte crudo è un prodotto nuovo e diverso – ha affermato Roberto Burdese presidente di Slow Food Italia, introducendo il convegno. Consumarlo non vuol dire tornare indietro, ma servirsi delle moderne tecnologie per usufruire in tutta sicurezza di un prodotto nutrizionalmente valido ed economicamente conveniente per il consumatore, che rappresenta un’opportunità di differenziazione delle entrate per le aziende zootecniche»
«Si tratta di un alimento integro e vivo che contiene elementi nutrizionali fondamentali per l’alimentazione umana a tutte le età – ha dichiarato Giorgio Calabrese, docente di Nutrizione Umana presso l’Università di Torino e consulente del Ministero della Salute. È necessario mettere in atto tutte le iniziative utili a prevenire patologie e controllare il livello di rischio. Per questo – ha aggiunto Calabrese – sarebbe utile trovare nuove
strumentazioni che permettano di distribuire latte pastorizzato garantendo la catena del freddo senza interrompere tuttavia il rapporto diretto tra produttore e consumatore.»
«L’atto di spillare il latte crudo da un distributore – ha continuato Cinzia Scaffidi, direttore del Centro Studi Slow Food e moderatrice dell’incontro – è la sintesi perfetta del buono, pulito e giusto: questo latte ha proprietà nutritive superiori a quelle del prodotto pastorizzato ed è più gradevole al palato; percorre pochi chilometri per giungere al consumatore e non produce rifiuti in packaging; infine, la filiera diretta consente una politica di prezzo più rispettosa del lavoro degli allevatori.
Roberta Lodi, responsabile della sede di Milano del CNR – ISPA (Istituto di Scienze delle Produzioni Animali), ha raccontato la pionieristica esperienza lombarda: i primi distributori sono nati nel 2004 dalla volontà di alcuni produttori che vendevano direttamente il loro latte crudo di grande qualità. Già alla fine di quell’anno una circolare della Regione Lombardia fissava rigidi livelli di sicurezza igienico-sanitaria. Da quelle prime esperienze, gli erogatori di latte crudo si sono diffusi in tutta Italia e oggi se ne contano oltre 1100.
Una goccia di latte contiene tutti gli elementi nutrizionali necessari all’alimentazione in un equilibrio perfetto quanto precario. Per questo il latte deve subire il minor numero possibile di trattamenti e alterazioni. Il
latte prodotto in una stalla sana, in cui si rispettano tutte le norme igieniche, filtrato, refrigerato a 4° e mantenuto in stato di blanda agitazione conserva inalterate le proprie caratteristiche. «L’esperienza
lombarda – ha concluso Lodi – ci ha permesso di costruire le regole per una gestione sanitaria del latte crudo: l’allevatore garantisce che la sua stalla è sana, grazie anche agli strumenti per ridurre il rischio di
proliferazione di elementi patogeni forniti da veterinari e tecnici del latte; il consumatore, infine, conserva correttamente il prodotto prelevato dall’erogatore.»
Per Roberto Rubino, ricercatore del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura, i “latti” non sono tutti uguali: «Si differenziano, oltre che per l’animale che li produce, per il tipo di allevamento e alimentazione e, infine, per il
trattamento che subiscono. È necessario che il produttore differenzi l’offerta per offrire al consumatore possibilità di scelta tra i latti, anche quelli crudi, così che il prodotto sia legato direttamente al produttore e al suo territorio.»
Jean Claude Le Jaouen, giornalista esperto del settore lattiero-caseario, ha raccontato l’esperienza francese, dove si punta sulla sicurezza assoluta per i consumatori e la responsabilizzazione dei produttori. Sulla base di questo già nel 1999 è stata realizzata una guida delle buone pratiche, ripresa poi nel 2006 con il cosiddetto “pacchetto igiene”.Postato da: admin; in:Ambiente, Salute; Tags:, alimentazione, latte; Commenti:No Comments
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gen12
La bianca delusione
Oggi parliamo del latte, la bevanda più buona del mondo (dopo l’acqua non c’è che dire). Spesso per nostra sfortuna le grandi industrie ne abusano in nome del profitto, e ovviamente siamo sempre noi consumatori a risponderne in prima persona! Per l’uomo, in particolare per l’Italiano, il latte è un alimento basilare della propria dieta; lo dimostra il fatto che in Italia ogni giorno si consumano circa 3,5 milioni di litri di latte ad un prezzo esorbitante! A Bolzano un litro di latte fresco 1,20€, a Cagliari 1,19; a Firenze e a Trieste 1,37. A Venezia 1,36. A Torino 1,48. A Palermo 1,52. Invece a Napoli il prezzo medio parte da 1,63 e arriva a 1,90, leggere Gomorra per capire…

Pochi sanno che il latte consumato da noi giornalmente, dopo essere sottoposto ai processi di pastorizzazione, UHT e sterilizzazione, non solo perde i batteri nocivi ma anche preziose caratteristiche: il Lactobacillus acipophilus che sintetizza la vitamina B nell’intestino; i batteri lattici che preservano il latte dai batteri della putrefazione; gli enzimi dellla fosfatasi enzimatica che è necessaria all’assimilazione del calcio.
“La perdita delle vitamine A,B,C,E aumenta in maniera esponenziale. Il 20% dello iodio si perde volatilizzato. Il consumo di proteine da latte cotto è dimostrato correlarsi con l’alta incidenza della trombosi. E gli animali da laboratorio degenerano più rapidamente quando sono nutriti con tale latte” scrive il giornalista Marcello Pamio in un suo articolo.
Paradossalmente il latte pastorizzato sottrae calcio alla struttura ossea: il processo distrugge la “fosfatasi alcalina”, enzima presente nel latte crudo. Questo enzima serve all’assimilazione del calcio nelle ossa. La sua mancanza impedisce di fatto alle ossa di integrare il calcio disponibile. Quest’ultimo infine, per essere assimilato deve disporre di un certo quantitativo di magnesio che nel latte (come in una dieta tradizionale) è molto scarso!
Tutto ciò conviene largamente ai produttori, che possono mantenere standard di pulizia molto bassi, per usare un eufemismo.Ma si sta aprendo uno spiraglio nel mondo: il suo nome è LATTE CRUDO. Sono più di 1000 in italia i distributori di latte alla spina, dal produttore al consumatore senza trattamenti ( http://www.milkmaps.com/) e ci sono altrettante masserie le quali stanno facendo di questo commercio la propria fonte di sostentamento. Il latte crudo ha tutte le proprietà nutrizionali che mancano al latte trattato, inquina di meno perchè viene distribuito alla spina, aiuta la piccola economia e non le multinazionali, costa praticamente uguale se non di meno (da 0,80 a 1€)
Lo stato, invece di promuovere questo piccolo miracolo, sta cercando in tutti i modi di ostacolare tale distribuzione: è del 10 dicembre scorso la dichiarazione del sottosegretario alla salute “è possibile emanare un’ordinanza per sospendere la distribuzione di latte crudo fino a quando non ci sarà un adeguamento dell’informazione per la salute nella quale sia chiaro che il latte crudo va consumato solo dopo la bollitura”, in seguito a 9 casi di malattia renale provocata da un batterio del latte crudo.
Non basterebbe dire che bisogna bollirlo? Curioso il fatto che per il ministero è più evidente la pericolosità del latte crudo, rispetto a quel liquido biancastro spacciato per latte.
Qui nella provincia di Brindisi, come si può constatare dalla mappa sovraindicata, non sono presenti distributori di latte alla spina anche se a cisternino se ne trova uno evidentemente poco pubblicizzato; in ogni caso noi non siamo in una grande città! A Ostuni il latte è venduto da numerose masserie a un prezzo iniquo, cercare per credere.Postato da: admin; in:Salute, oltre il ponte; Tags:, alimentazione, latte; Commenti: Comments (2)
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gen5

Inizia con questo primo articolo la rubrica “Oltre il ponte”.Come dice lo stesso Beppe Grillo, “tutto quello che non sapete è vero” ed è così dilagante la disinformazione, grazie ai mass media, che questa rubrica sono sicuro potrebbe contenere centinaia di articoli!Una vita amara, con o senza zucchero.
E 951. L’aspartame è un dolcificante artificiale fra i più diffusi nel mondo: assunto da più di 200 milioni di persone attraverso il consumo di chewing-gum, caramelle senza zucchero, bevande dietetiche e (come non potrebbe?) anche farmaci. E’ praticamente impossibile anche per voi lettori non far parte di questa fetta di umanità!
L’aspartame all’inizio della messa in commercio fu sottoposto ad alcuni studi riguardo la sua possibile cancerogenicità tramite esperimenti su ratti da laboratorio ma, tranne alcuni dubbi opportunamente non chiariti, i risultati certificarono l’idoneità del prodotto alla messa in commercio. Alla fine del ventesimo secolo però, la FER (Fondazione Europea Oncologia) di Bologna pubblicò dei risultati sconvolgenti per il mondo scientifico: secondo i suoi studi (ovviamente non finanziati da nessuno per l’evidente conflitto di interessi) effettuati su quasi 2000 topi, somministrando loro il suddetto dolcificante anche in dosi minori a quelle permesse da America ed Europa (50/40 mg per Kg di peso corporeo) “l’aspartame induce un aumento dose-correlato, statisticamente significativo, dell’incidenza di linfomi e leucemie maligni del rene nei ratti femmine e tumori maligni dei nervi periferici nei ratti maschi”.
In soldoni, l’aspartame è un agente cancerogeno, in grado di indurre tumori maligni nei ratti, anche a dosi ammesse per l’alimentazione umana.
Tali risultati non sono stati ignorati dal mondo, alcune fra le più autorevoli riviste scientifiche hanno pubblicato i risultati sconvolgenti, ovviamente oscurati dal’informazione pubblica. Nel frattempo l’Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro (IARC) dell’Organizzazione mondiale della Sanità, ha dichiarato che i risultati di questo studio impongono, da parte degli organi preposti, un urgente riesame dei livelli di assunzione permissibili dell’aspartame. Se davvero cancerogeno, tale dolcificante dovrebbe essere quasi totalmente eliminato da prodotti di largo consumo. Anche se non assunto fino alle dosi massime consentite, si tratta comunque di un agente cancerogeno ad elevata pericolosità!
Nel frattempo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), non è rimasta in silenzio e, con grande nonchalance ha pubblicato risultati di esperimenti contraddittori a quelli del FER, i quali testimoniano la “non collegabile relazionalità fra incidenza di tumori e quantità di aspartame assunta” e, anzi, il possibile intervento di malattie naturali e degenerazioni dovute piuttosto alla vecchiaia che ad altro!
Nel frattempo… mi astengo quanto posso dal consumare l’E951 fidandomi di più, non so perchè, di uno studio indipendente del FER piuttosto che delle smentite dell’EFSA
Alessandro Zurlo
Postato da: admin; in:Salute, oltre il ponte; Tags:, alimentazione, aspartame, tumori; Commenti: Comments (2)
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dic16
Riporto qui un comunicato stampa di Medicina Democratica sulla diossina. Per fortuna esistono ancora medici che si preoccupano della SALUTE piuttosto che del CURARE.
Da dove viene la diossina nella carne? Ci dicono dai mangimi. E nei mangimi come ci arriva? Solo, “accidentalmente” da olii contaminati? E gli animali contaminati dove vanno a finire? Chi ci assicura che non diventeranno nuovi mangimi direttamente o ancor più con l’incenerimento? La notizia che anche questa volta non èstata data nella vicenda dei “maiali (e non solo) alla diossina” è che la diossina proviene per la maggior parte dall’incenerimento di rifiuti urbani, ospedalieri ed industriali.
Da qui la follia di di volere costruire nuovi inceneritori ed ampliare quelli esistenti con la inevitabile conseguenza di aumentare la diossina che va a finire nei nostri piatti.
Medicina Democratica ribadisce la sua assoluta contrarietà a questi impianti nocivi, costosi ed assolutamente inutili
Medicina Democratica denuncia, inoltre, come pericoloso il consumo di alimenti di qualsiasi tipogià contaminati essendo la diossina un contaminante persistente che si accumula nei viventi.
In particolare non esiste una esposizione “accettabile” alle diossine o ad altri inquinanti cancerogeni al di sotto della quale non vi sia rischio per le persone.
Il Comitato Direttivo di Medicina Democratica
Postato da: Paolo Mariani; in:Rifiuti, Salute; Tags:, alimentazione, diossina, inceneritori; Commenti:No Comments




























