• ago
    16

    11037Maledetti sacchetti di plastica, sono come il prezzemolo li trovi ovunque. Abbandonati sul ciglio della strada, nelle campagne, hanno invaso i mari e sono uniformemente distribuiti sulle spiagge. Quando tira vento li vedi svolazzare in aria, leggeri e tutti colorati come una specie di farfalla moderna. Comodi, resistenti, economici, quando al supermecato ne chiedi uno ta ne tirano dietro una manciata, tanto sono gratis; vedo persino metterci dentro il pane caldo così che dopo pochi minuti un cibo delizioso e croccante diventa una penosa gomma difficile da masticare.

    Una direttiva europea ne decreta l’estinzione a partire dal 2010, ma l’Italia paese delle mille proroghe annuali ha deciso di prolungarne l’esistenza e la commercializzazione; non sia che la sua assenza scolorisca il nostro paesaggio.

    Il comune di Ercolano dotato evidentemente di un Sindaco lungimirante, decide di andare controtendenza ed emana una direttiva che ne vieta l’uso e la distribuzione nel proprio territorio, consentiti esclusivamente sacchetti di carta o comunque in materiale biodegradabile a partire dal 15 settembre 2009. Ennesima dimostrazione dell’importanza delle scelte politiche che si effettuano a livello locale. Dalle nostre parti non mi risultano iniziative del genere, quindi non mi resta che affidarmi alla vostra sensibilità.

    Se vuoi leggere l’ordinanza del Sindaco di Ercolano la puoi scaricare qui.

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    Postato da: Paolo Mariani; in:Ambiente, Politica, Rifiuti; Tags:, , , ; Commenti:No Comments

  • ago
    7

    DifferenziataCeglieCeglie Messapica è un comune che da Marzo, tra mille difficoltà, ha iniziato la raccolta differenziata porta a porta facendo sparire dall’oggi al domani i numerosi cassonetti sparsi per le vie del paese. Ciò gli ha consentito di raggiungere in quattro mesi percentuali superiori al 40% ed il trend è in continua crescita (considerate che partivano dal 4%). Nonostante queste ottime performance, che gli garantiranno anche uno sconto sulla ecotassa imposta dalla regione, l’amministrazione comunale intende tutelare l’ambiente a 360 gradi e non limitarsi a mostrare vessilli ed alcune iniziative che sanno più che altro di marketing turistico.

    Riceviamo dall’assessore all’ambiente di Ceglie Messapica Rocco Argentiero il seguente comunicato stampa e volentieri lo pubblichiamo.

    Ceglie Messapica  è il primo Comune in Puglia ad aver attuato un progetto denominato ECO-MANGIANDO  per l’uso di stoviglie e  posate biodegradabili in occasione di una grande iniziativa   in programma l’8 ed il 9 agosto 2009.
    Circa  35.000 saranno le degustazioni  servite utilizzando esclusivamente accessori biodegradabili.
    Gli obiettivi sono: ridurre la quantità di rifiuti, aumentare la raccolta differenziata e diffondere una corretta conoscenza di queste tematiche.
    Il progetto sarà  possibile grazie alla collaborazione tra l’Amministrazione Comunale, la Ditta Monteco-Cogeir, la ditta Ideashow, la ditta Ecolushop,  il Cea ed alcune  associazioni del territorio.

    Ceglie M.ca –  Circa   35.000 saranno le degustazioni  servite in occasione del PUGLIA FOOD&WINE FESTIVAL , esse produrranno circa 1. 000 kg di rifiuti.  L’uso dei tradizionali piatti, posate e bicchieri “usa e getta” avrebbe avuto un impatto significativo sul bilancio ambientale del territorio.
    Il Comune di Ceglie M.ca  si è posto il problema e ha voluto realizzare  un progetto che, in altre realtà attraverso interessanti  sperimentazioni, sta mostrando la sua straordinaria validità.
    Si tratta della fornitura di posate, stoviglie in materiale biodegradabile ad una delle  principali iniziative popolari, che si svolgono nel  nostro comune ed in cui vengono serviti pasti. In tal modo gli accessori si smaltiscono con il materiale organico, abbattendo drasticamente l’impatto della plastica e della carta sul totale dei rifiuti.

    L’iniziativa dichiara Rocco Argentiero , Assessore all’Ambiente del Comune di Ceglie M.ca  si pone tre obiettivi fondamentali e cioè ridurre la quantità di rifiuti, aumentare la raccolta differenziata e diffondere la conoscenza di queste problematiche.
    Alcuni dati statistici  confermano che l’uso degli accessori biodegradabili per la tavola riduce drasticamente la quantità di rifiuti indifferenziati e della carta mentre fa crescere l’organico – cioè il tipo di rifiuto più facilmente riciclabile – oltre il 50%. Il materiale ecocompatibile utilizzato, Mater–Bi, per le sue caratteristiche di biodegeradabilità e compostabilità può essere infatti raccolto nei contenitori dell’organico e riciclato, diventando ottimo compost per il terreno.
    E’ allo studio, tra l’altro, un  progetto che prevede la collaborazione del Comune  con gli   organizzatori di manifestazioni e con  alcune attività di somministrazione, la possibilità di offrire gratuitamente – grazie all’accordo con le aziende produttrici – una parte delle dotazioni biodegradabili  a fronte di un impegno duraturo per l’uso di prodotti  in Mater Bi.

    Le stoviglie monouso biodegradabili in Mater-Bi®, sono prodotte con la bioplastica, biodegradabile e compostabile naturalmente ai sensi della norma italiana UNI10785. Esse sono  in grado di garantire resistenza e tenuta del tutto simili alle plastiche tradizionali, e contengono risorse rinnovabili di origine agricola.
    Il loro uso diminuisce le emissioni di gas ad effetto serra, riduce il consumo di energia e di risorse non rinnovabili, completa un circolo virtuoso: le materie prime di origine agricola tornano alla terra attraverso processi di biodegradazione o compostaggio senza il rilascio di sostanze inquinanti.
    Da uno studio LCA (Life Cicle Assessment) realizzato da Novamont è emerso che l’utilizzo di 1.000 coperti in Mater-Bi® e il successivo avvio al compostaggio dei residui alimentari comporta una riduzione delle emissioni di CO2 pari a circa 38 chili.

    Ceglie  Messapica lì 06/08/2009

    Comunicato Stampa a cura dell’Assessorato alle Politiche Ambientali

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  • lug
    26

    differenziata_giugnoPubblicati, con notevole ritardo direi, i dati ufficiali riferiti alla raccolta differenziata del mese di Giogno e, come nostra consuetudine ve ne diamo notizia.

    L’estate, come ben noto, è un periodo critico. L’aumento degli abitanti dovuto al flusso turistico comporta inevitabilmente un aumento della produzione di rifiuti. Se vi fosse un efficiente servizio di raccolta differenziata ciò potrebbe costituire una risorsa potendo il comune vendere le materie primeseconde ai vari consorzi, ma in realtà la situazione è esattamente all’opposto. Nessuna struttura ricettiva esegue la raccolta differenziata e quindi tutta questa merce viene inviata a smaltimento con i relativi costi economici ed ambientali che ricadono inevitabilmente sulla popolazione residente. Se, come prevede la legge nazionale e regionale, fosse applicata la tariffa sul servizio anziché la tassa sui rifiuti, determinando così la quota in base alla quantità di rifiuti indifferenziati prodotti almeno i costi economici sarebbero a carico di chi i rifiuti li produce. I camping, gli alberghi, i B&B che non differenziano pagherebbero bollette salate e ciò li spingerebbe ad organizzare al loro interno un efficiente sistema di differenziazione dei rifiuti. Con l’attuale sistema TARSU invece o differenzi o non differenzi la quota non cambia e visto che organizzare un buon servizio ha dei costi, per quale motivo dovrebbero accollarseli? Molto meglio esternalizzare i costi e farli ricadere sulle tasche degli Ostunesi. Qualcuno dirà “non possiamo rompere le scatole ai turisti” e io gli rispondo che sono cose che si fanno in diverse parti del mondo anche in luoghi dove il turismo frutta molto di più che da noi.

    A Giugno quindi primo picco nella produzione dei rifiuti destinato a raggiungere il suo culmine nel mese di Agosto. Più di 2.100 tonnellate, il 10% in più rispetto allo scorso anno. Questo però non dimostra, come sostiene qualcuno, che vi sia un incremento delle presenze rispetto allo scorso anno, perchè ad Ostuni da anni, nei periodi non turistici, si osserva un costante aumento della produzione dei rifiuti a fronte di un costante calo dei residenti. Tali aumenti non sono certo conseguenza di un aumento delle presenze ma bensi di un mercato malato che ci spinge sempre più a comprare a soprattutto a comprare cose che hanno una vita breve in modo che siamo “costretti” a ricomprarle.

    Il 7,91% di questa enorme massa di rifiuti è andata a recupero mentre il restante 92% è stato destinato a discarica. Cala conseguentemente anche la media annuale che scende sotto il 9% (8,78 per l’esattezza), ma tutto ciò deve essere ignoto a Legambiente che ci ha assegnato le cinque vele…tte anche per “il miglioramento della raccolta differenziata”. Questi dati, vale la pena ricordarlo, comporteranno l’applicazione della ecotassa imposta dalla Regione Puglia ai comuni che non soddisfano i minimi standar nella differenziazione dei rifiuti, con conseguenti esborsi per € 100.ooo con i quali si poteva fare ben altro.

    P.S.: Martedì è previsto un decisivo incontro tra innovambiente e ATO BR1 il cui esito avrà in un modo o nell’altro delle ripercussioni sulla raccolta e gestione dei rifiuti dei comuni afferenti tra cui Ostuni. Per gli aggiornamenti … stay tuned.

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    Postato da: Paolo Mariani; in:Ambiente, Economia, Politica, Rifiuti, Salute; Tags:, , , ; Commenti:No Comments

  • lug
    10

    Kilimanjaro_glacier_retreatLe grandi potenze economiche si sono impegnate a contenere l’innalzamento della temperatura globale entro i due gradi e tutti si stanno prodigando ad esaltare il raggiungimento di questo grande traguardo. Naturalmente nessuno ci spega nei dettagli che cosa voglia dire tutto questo, che ripercussioni si avranno sull’ambiente.  Si dice: ci impegnamo per limitare i danni, ma non si dice nulla per dire quanto saranno questi danni e soprattutto cosa fare nei confronti di coloro che non rispetteranno gli impegni presi. L’esperienza insegna che gli impegni rimangono solitamente dei buoni propositi (vedi protocollo di Kyoto).

    Chi ha voglia di soffermarsi soltanto un attimo a riflettere sulle conseguenze dell’innalzamento della temperatura arriverebbe immediatamente a ricordarsi le elementari nozioni sulla temperatura apprese alla scuola elementare: il caldo fa sciogliere il ghiaccio!!! E quando il ghiaccio si scioglie diventa acqua (cose strane della vita). Allora fate un esperimento: prendete un bicchiere e riempitelo di acqua per 2/3, quindi metteteci dentro 4-5 cubetti di ghiaccio e mettetelo al sole. Secondo voi che succederà? Ritengo non sia necessario rivolgersi a grandi istituti scientifici internazionali per sapere a priori che quel ghiaccio si scioglerà ed il livello dell’acqua nel bicchiere si alzerà probabilmente fino a strabordare.

    Adesso il problema consiste nel simulare l’esperimento del bicchiere a livello globale. Perchè è noto che la maggior parte della terrà è ricoperta da acqua ed è altrettanto noto che sulla terrà c’è molto ghiaccio. Bisogna quantificare quindi quanto ghiaccio si sglioglierà con l’innalzamento della temperature e, di conseguenza, di quanto si innalzerà il livello delle acque. Per fare questo abbiamo bisogno del parere e degli studi degli autoroveli istituti di ricerca e studio che hanno fatto diverse rilevazioni e sono tutti giunti alle stesse conclusioni: già adesso i ghiacciai, sia quelli sui rilievi montuosi sia quelli ai poli, si stanno sciogliendo ad una velocità superiore a quella ipotizzata qualche anno fa. Naturalmente al G8 questi istituti non c’erano e le decisioni prese sono state prese dai grandi poteri economici, quali ad esempio quelli Italiani che spingono verso la combustione dei rifiuti e il nucleare.

    Nel Marzo scorso si è tenuto a Copenaghen un importante  “congresso scientifico internazionale sul cambiamento climatico” in cui hanno preannunciato un innalzamento dei livelli del mare considerevolmente superiore rispetto a quanto previsto dagli esperti qualche anno prima. Nel 2007, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) aveva preannunciato un innalzamento del livello dei mari compreso tra i 18 e i 59 cm. Il rapporto avvertiva tuttavia che i calcoli erano stati eseguiti in assenza di un quadro completo relativo all’impatto di alcune forze specifiche sulle calotte di ghiaccio in Groenlandia e in Antartide.

    “Le cifre fornite dall’ultimo IPCC sono più basse proprio perché al momento della loro elaborazione era noto che vi erano numerose incertezze sulle calotte di ghiaccio,” ha spiegato il professor Eric Rignot dell’università della California – Irvine, negli Stati Uniti. “I modelli numerici usati allora non disponevano di una rappresentazione completa dei cosiddetti “outlet glacier” e delle loro interazioni con gli oceani”.

    “I risultati raccolti nel corso degli ultimi due, tre anni dimostrano che vi sono aspetti fondamentali che non possono essere ignorati. In seguito all’accelerazione dei cosiddetti “outlet glacier” in vaste regioni, le calotte di ghiaccio in Groenlandia e in Antartide contribuiscono già in misura maggiore e ad una velocità più elevata del previsto all’innalzamento del livello dei mari. Se questa tendenza dovesse affermarsi, è possibile che assisteremo ad un aumento dei livelli dei mari pari o superiore a un metro entro il 2011,” ha affermato il professor Rignot. Il professor Stefan Rahmstorf dell’Istituto Potsdam (Germania) per la ricerca sull’impatto climatico (PIK) ha spiegato che l’innalzamento del livello del mare è collegato alla temperatura e “accelererà proporzionalmente all’aumento della temperatura del pianeta”. Un articolo recentemente pubblicato dai ricercatori del PIK ha messo chiaramente in evidenza che la linea di un cambiamento climatico di proporzioni pericolose potrebbe essere oltrepassata molto prima di quanto precedentemente previsto dagli esperti. Uno studio del 2007, pubblicato nella rivista Environment and Urbanization, ha dimostrato che 600 milioni di persone in tutto il mondo (vale a dire il 10% della popolazione mondiale) vivono in aree a rischio di inondazione. “Se non vengono prese misure di mitigazione urgenti e significative,” ha detto il dottor Church, “nel XXI Secolo il clima supererà una soglia tale per cui ci troveremo ad affrontare un innalzamento del livello del mare di metri.”

    INNALZAMENTO DEI LIVELLI DEL MAREI DI 1 METRO E OLTRE.  Vi rendete conto di cosa vuol dire tutto questo? Quanto territorio verrà sommerso? Sul sito Flood Maps è possibile simulare l’innalzamento del livello del mare e vedere quali territori verranno sommersi, è possibile ipotizzare un incremento da 1 a 14 metri e vedere i risultati. Visitatelo e vedete voi stessi che cosa vuol dire un aumento del livello delle acque dovuto all’aumento della temperatura.

    Io ho voluto provare a vedere gli effetti sul nostro territorio e le nostre coste nel malaugurato caso in cui, come hanno sostenuto a Copenaghen, ci sia nei prossimi anni un innalzamento di 1 metro. La prima cosa a cui dovremmo rinunciare è il neocostituito parco delle dune costiere Torre Canne – Torre San Leonardo che sarebbe completamente sommerso dalle acque che arriverebbero persino a languire la S.S. 379. Chi ha casa al Pilone la usi finchè può, chi è intenzionato ad acquistarne una ci pensi bene. Ma naturalmente non sono solo quelli del Pilone a doversi preoccupare, perchè stessa sorte spetta ad una parte di Diana Marina, Villanova (il porto in primis) e Gorgognolo; oltre a vedere sparire quasi tutte le splendide calette che caratterizzano la nostra costa.

    Un vecchio detto recita: il mare da e il mare prende. Il mare ci ha dato una splendida costa su cui si è costruito di tutto e adesso se la riprende.

    P.S.: Nella foto, presa da Wikipedia, il Ghiacciaio del Kilimangiaro nel 1993 e nel 2000.

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  • lug
    9

    Sono le piccole cose che fanno la differenza, è con le piccole cose che si può cambiare il mondo; il cambiamento può partire solo dalle  comunità, dai Comuni partirà (anzi è già partito) il grande cambiamento. Si è vero così si procede piano piano, ma come ben sapete chi va piano va sano e va lontano.

    monterotondo_03È stata inaugurata venerdì 22 maggio a Monterotondo, la prima fontana leggera del Lazio e dopo soli 5 giorni dall’inaugurazione il contatore registrava ben 12.000 litri di acqua erogati.

    Un dato importante che evidenzia come, grazie a questa opportunità, il rifornimento di acqua pubblica sia una scelta sempre più diffusa.

    I litri di acqua “sfusa” hanno permesso di risparmiare le prime 8.000 bottiglie in materiale plastico che corrispondono a 10.880 kWh di energia eletrtica e 4.240 litri di acqua non utilizzate in fase di produzione.

    Anche la CO2 è coinvolta in questa azione collettiva di risparmio con ben 560 kg di anidride carbonica non emessa.

    La fontana, fortemente voluta dall’Assessore all’Ambiente e alle politiche giovanili del Comune di Monterotondo Luigi Cavalli, rientra all’interno del progetto Riducimballi promosso dall’Ente di Ricerca Ecologos avente come finalità la riduzione dei rifiuti alla fonte.

    “Questa installazione della fontana pubblica alla spina è un tassello di un progetto più ampio del Comune di Monterotondo che prevede anche altri interventi per aumentare la sostenibilità dei consumi da parte dei cittadini, come i punti vendita dei detersivi, del latte, della pasta e dei cereali, tutti alla spina.” dichiara Luigi Cavalli – ”Si tratta di azioni concrete che avranno come risultato la riduzione dei rifiuti alla fonte, fatto utile questo anche in vista di un potenziamento della raccolta differenziata”.

    A poco più di un mese dall’inaugurazione, la Fontana Leggera di Monterotondo ha già raggiunto i 100.000 litri di acqua liscia e gasata erogati. Un successo per il Comune e per la cittadinanza che ha riscoperto una risorsa pubblica e ne apprezza le caratteristiche.

    100.000 litri di acqua pubblica distribuita vogliono dire circa 65.000 bottiglie di plastica non utilizzate per il trasporto e il confezionamento delle normali acque minerali.

    Il risparmio delle bottiglie si traduce in 88.400 kWh di energia non utilizzata, 34.450 litri di acqua non utilizzati per la produzione della plastica e 4.550 kg di emissioni di CO2 non immesse in atmosfera.

    Articolo tratto da comunivirtuosi.org

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  • lug
    1

    Consumismo_sanitarioDocumento sottoscritto da un gruppo di medici  di famiglia toscani, tratto da salutepubblica.org.

    Da alcuni anni si sta intensificando un fenomeno che può essere definito come “Consumismo Sanitario”, cioè uso di prestazioni sanitarie in assenza di chiare indicazioni. Questo fenomeno si muove con le logiche del marketing ed i meccanismi del “consumismo” in generale e tratta la salute come una merce di consumo. Il consumismo interessa, in primo luogo, e forse con maggiori giustificazioni, il settore privato, ma anche il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non ne è esente. Il SSN è un sistema che risponde ai criteri di universalità, solidarietà ed equità. Le statistiche dimostrano che dove c’è un SSN pubblico la salute è maggiore. Questa non può essere considerata merce e il Servizio Sanitario non può essere finalizzato al profitto: è un servizio etico il cui valore è la salute. Il mercato è diverso: c’è conflitto tra chi ha per obiettivo il profitto (privato) e chi la salute (SSN). La sanità deve essere governata dalla struttura pubblica, se non altro per motivi etici senza sprechi, tenuto anche conto che le risorse sono limitate, e con obiettivi di appropriatezza di intervento.

    La solidarietà non può comprendere tutto: il necessario e il superfluo. Si tratta di avere un sistema che individui quali sono le prestazioni efficaci e appropriate e le priorità che indirizzino le allocazioni delle risorse. Al di fuori di questi criteri, l’uso eccessivo delle prestazioni non solo fa spendere, ma spesso non serve, e talvolta può essere dannoso per la salute stessa del cittadino. La moderna medicina spreca immense risorse per esami inutili e terapie inappropriate: questa è la ragione vera per la quale la sanità costa sempre di più e diventa insostenibile. Il consumismo sanitario va peraltro ad impattare le categorie più fragili economicamente, ma anche culturalmente.
    Il compito delle professioni è quello di diventare la voce più forte a favore del SSN e del cittadino per individuare le prestazioni efficaci, tenendo presente che certa scienza può falsificare se stessa per autopromuoversi. Cause del consumismo sanitario sono la disinformazione e la cattiva comunicazione, la cultura diffusa del “diritto a tutto, subito e gratis” e i bisogni indotti dal mercato. Il “consumismo sanitario” si adopera per creare bisogni attraverso campagne di stampa, associazioni di malati, giornate nazionali, creazione di centri e associazioni scientifiche e produzione di numeri, dati e ricerche ad hoc. Il paziente talvolta chiede anche il superfluo perché lo ritiene un suo diritto. Si lamenta spesso impropriamente. C’è una aspettativa esagerata. Insegue il mito dell’eterna giovinezza e il miraggio di una vita eterna.
    L’industria della salute deve reclutare sempre più clienti che consumino pillole, che facciano esami, ricoveri, visite, interventi. Ed oltre ai malati vanno reclutati anche i sani! Il messaggio dei media è ormai esplicito: ognuno è a rischio, più o meno remoto, di ammalarsi, quindi anche i sani devono ricorrere all’industria della salute, e precocemente, trasformandosi così in malati. Il consumismo sanitario determina la fine della ricerca indipendente poiché i costi della ricerca sono elevati e non sostenibili dai governi ma solo dalle multinazionali con chiaro e spesso non dichiarato conflitto d’interesse. Il consumismo sanitario determina la crisi del servizio sanitario. Negli ospedali crollano le giornate di degenza ed esplode il numero dei medici che hanno complessivamente spostato la loro attività dalla cura alla diagnosi precoce o presunta tale. L’aumento delle liste di attesa è da attribuirsi al consumismo sanitario correlato a scarsamente utili check up e procedure di diagnosi precoce, come spesso avviene anche in campo oncologico; settore molto delicato per la presa emozionale sul cittadino. Il consumismo sanitario determina danni alla salute (da farmaci e da diagnostica), danni all’ambiente (da inquinamento con conseguenti danni alla salute!), disuguaglianze di accesso e utilizzo dei servizi assistenziali. E’ lo spreco che rende impossibile cure gratuite per tutti. Tagli obbligatori e malessere sociale sono effetti e non cause del fallimento di una sanità gratuita.
    Possibili proposte per contrastare il consumismo sanitario e difendere il servizio sanitario nazionale sono:

    • sviluppare la ricerca scientifica pubblica per valutare, secondo metodi scientifici, quali procedure devono essere mantenute e/o introdotte nella pratica clinica, assistenziale ed in ambito preventivo.
    • Potenziare la “vera” prevenzione primaria, la riduzione, cioè, dell’esposizione collettiva ai sempre più ubiquitari patogeni ambientali, attraverso una valutazione preventiva, pagata dall’industria, del rischio biologico connesso alle sostanze immesse nell’ambiente (REACh) e attraverso l’applicazione del Principio di Precauzione. Il Principio di Precauzione è un approccio alla gestione dei rischi che si esercita in una situazione d’incertezza scientifica, che reclama un’esigenza d’intervento di fronte ad un rischio potenzialmente grave, senza attendere i risultati della ricerca scientifica. Il principio contrasta l’atteggiamento di “stare a vedere cosa succederà prima di prendere provvedimenti” per non turbare interessi in gioco diversi da quelli di salute (Trattato Istitutivo dell’UE, art. 174, comma 2, Mastricht, 1992, e Conferenza ONU Ambiente e Sviluppo – Principio 15, Rio de Janeiro, 1992).
    • Assicurare la dichiarazione di eventuali conflitti di interessi da parte di ricercatori e consulenti. Chi utilizza il suo prestigio scientifico per esprimere un parere dovrebbe essere obbligato a pubblicizzare i propri legami economici e di carriera con lo sponsor. Il problema è ancora peggiore quando ad essere sponsorizzate sono le società scientifiche che scrivono le linee guida per un determinato campo medico.
    • Recuperare il senso civico dei cittadini che sono portatori sia di diritti che di doveri. Promuovere una nuova cultura della responsabilità condivisa. E’ necessario far capire che cosa c’è dietro ciascuna prestazione: quali siano i costi, i rischi e l’impatto ambientale.
    • Formare studenti che diventino medici responsabili, che prendano parte con impegno alle attività che contribuiscono alla salute e al benessere dell’intera comunità e dei suoi membri. I curricula universitari non rispondono ancora ai bisogni emergenti, in particolare non sono ben conosciute le correlazioni dei diversi livelli di salute con i determinanti di salute e cioè i fattori socio-economici, culturali e ambientali.
    • Fornire strumenti di conoscenza critica ai medici affinché possano decodificare le domande improprie che i cittadini e i malati presentano, essendo questi ultimi influenzati da un’informazione non sempre trasparente e obiettiva, riconoscendo che compito della professione è contribuire alle scelte attraverso l’individuazione delle priorità e la verifica delle linee guida nella pratica clinica.
    • Promuovere una cultura di “osservazione” nei confronti delle distorsioni del sistema. In particolare sollecitare la realizzazione di un osservatorio regionale sugli screening, composto anche da MMG, tenuto conto che la diagnosi precoce è un’importante area di criticità e sollecitare i comitati etici affinché tutti i protocolli di ricerca riportino, in maniera esplicita, veritiera e trasparente, la stima dei rischi (acuti, subacuti e a lungo termine- ad esempio connessi all’impiego di radiazioni ionizzanti) connessi agli esami proposti al paziente per motivi di studio e di ricerca.
    • Favorire l’affermarsi di fonti di informazione credibili, trasparenti e indipendenti (recuperare, per esempio, per quanto concerne la Regione Toscana, la pubblicazione indipendente “Riflessioni sui farmaci”).
    • Negoziare con i cittadini patti di salute etici ed efficaci, richiamando gli abusi, vigilando sull’appropriatezza delle prestazioni e denunciando apertamente il disease mongering, ovvero tutte quelle strategie che puntano ad aumentare il numero dei malati e di malattie con il solo scopo di allargare il mercato della salute.
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    Postato da: Paolo Mariani; in:Economia, Politica, Salute; Tags:, , ; Commenti:No Comments

  • giu
    30

    pappaUn concetto teoricamente ben presente nella nostra cultura è l’importanza, fin dalla prima infanzia, di una sana ed equilibrata alimentazione. Ma, come spesso avviene per numerosi altri aspetti della nostra vita, a caratterizzarci è la lentezza con cui siamo in grado di trasferire la teoria nella pratica quotidiana; i prodotti da agricoltura biologica, pur diffusi su tutto il territorio nazionale, rimangono comunque un prodotto di nicchia, cosa a cui consegue un prezzo di vendita più elevato rispetto ai prodotti realizzati con tecniche tradizionali.

    Il tipo di alimentazione ha ripercussioni sullo stato di salute dei soggetti. L’insorgenza di malattie cardiovascolari, dismetaboliche e neoplastiche è legata anche alle abitudini di vita ed alimentari degli individui e, come ben si sa, la maggior parte della spesa sanitaria è indirizzata proprio alla cura di queste patologie. Quindi destinare risorse nell’incentivare l’utilizzo di alimenti biologici deve essere considerato un investimento in quanto questo mi farà risparmiare in futuro sulla spesa sanitaria.

    Lo stimolo a questi comportamenti virtuosi non può che partire dagli Enti Locali sia favorendo la produzione e il commercio di prodotti biologici sia stimolandone il consumo. Le mense biologiche sono un ottimo strumento in tal senso in quanto, oltre a fornire agli uttenti alimenti sani, sono in grado di sensibilizzare la cittadinanza alla tematica, far conoscere ai cittadini questi prodotti, stimolare il commercio, fornire risorse ai produttori.  Da agiungere anche che l’agricoltura biologica necessita di più manodopera e quindi far crescere questo settore permette la creazione di posti di lavoro, per non parlare infine dei benefici ambientali, in particolare contro la desertificazione.

    Le mense biologiche, vale la pena ricordarlo, sono anche un diritto legalmente riconosciuto. La normativa vigente, infatti, impone che gli alimenti destinati all’infanzia siano esenti da residui di fitofarmaci. Da uno studio effettuato nel 2001 è risultato che un terzo dei prodotti presente nelle mense non era idoneo all’alimentazione per l’infanzia; il suo utilizzo ha leso il diritto alla salute degli utenti ed ha costituito un infrazione alla legge. La normativa prevede in oltre l’obbligo di utilizzare quotidianamente nelle mense scolastiche prodotti ottenuti da agricoltura biologica.

    Valutati tutti questi aspetti non si può che arrivare alla conclusione che l’istituzione delle mense biologiche dovrebbe essere scelta ormai non più rimandabile. D’altronde la sola introduzione di cibi biologici nei menu non può essere l’unico aspetto da prendere in considerazione. Le mense sono anche grandi produttrici di rifiuti in particolare plastica e organico. Il divieto ad utilizzare stoviglie di plastica usa e getta dovrebbe essere uno dei primi provvedimenti da prendere da parte di un amministrazione lungimirante in quanto porterebbe immediati vantaggi ambientali ed economici. Tale abitudine propinataci sbandierando la maggior sicurezza igenica è in realtà utilizzata per esternalizzare i costi. L’utilizzo di stoviglie tradizionali non comporta alcun rischio, basta provvedere al loro regolare e corretto lavaggio, ma ciò comporta un costo in strumentazioni e manodopera, molto meglio l’usa e getta tanto i costi per il loro smaltimento se li accolla la comunità.

    L’istituzione di mense biologiche e sostenibili con l’introduzione di prodotti biologici certificati, con il divieto ad utilizzare stoviglie di plastica, con l’obbligo ad utilizzare la più sicura e genuina acqua dell’acquedotto, l’utilizzo di prodotti freschi, di stagione provenienti dal territorio circostante e non dall’altra parte del globo comporta benefici ambientali, migliora le condizioni di vita e di salute della poplazione e, dulcis in fundus, consente di risparmiare denaro; di che cos’altro hanno bisogno i nostri amministratori pubblici per darsi una mossa?

    Paolo Mariani

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    Postato da: Paolo Mariani; in:Ambiente, Politica, Rifiuti, Salute; Tags:, , , , , , ; Commenti:No Comments

  • giu
    25

    ecoscambioAvete idea di quante cose finiscono nei cassonetti che in realtà sono ancora utilizzabili? A Follonica hanno risposto a questo problema con una bella iniziativa che hanno denominato Ecoscambio.  Una altro esempio di quante cose si possono realizzare pensando al bene comune.

    Che cos’e Ecoscambio? Un luogo reale e un luogo virtuale al servizio dei cittadini che desiderano contribuire a ridurre concretamente la quantità di rifiuti prodotti. In questi anni in Italia i rifiuti urbani prodotti stanno aumentando a ritmi elevati e preoccupanti, aggravando continuamente la situazione gestionale ed impiantistica. Una parte di ciò che oggi scartiamo e decidiamo di gettare potrebbe non diventare rifiuto. Per esempio se decidiamo di lasciare che un altro cittadino possa continuare ad usare un oggetto che a noi non interessa più , evitando di gettarlo via . Lo stesso avviene quando decidiamo di utilizzare un oggetto che un altro cittadino ha pensato di metterlo a disposizione di qualcuno che possa continuare ad utilizzarlo. In Ecoscambio si realizzano queste condizioni: l’attività Ecoscambio interviene su oggetti e non su rifiuti Ecoscambio è infatti è uno spazio pubblico messo a disposizione dall’ Amministrazione Comunale perché in forma assolutamente gratuita si lascino e si ritirino oggetti, contribuendo responsabilmente alla qualità ambientale della città. Ecoscambio è un luogo fisico dove il cittadino può conferire gli oggetti perché altri li possano ritirare e utilizzare e dove si può prendere visione diretta degli oggetti disponibili ed eventualmente ritirarli direttamente. Ecoscambio è contemporaneamente un luogo virtuale  dove è possibile consultare il catalogo on line degli oggetti disponibili presso il centro ecoscambio, prenotare quelli di proprio interesse e ritirarli gratis, entro i 15 giorni successivi presso la sede Ecoscambio. Ecoscambio è un’attività di servizio pubblico rivolta dalla P.A esclusivamente al servizio del cittadino ed effettuata senza fini di lucro. E’ esclusa qualsiasi forma di pagamento dei servizi offerti.
    E’ un progetto attivato dal Comune di Follonica nell’ambito del Bando per il finanziamento di programmi relativi alla riduzione dei rifiuti promosso dell’Assessorato all’ambiente regionale e finanziato dalla Giunta Regione Toscana.
    Ecoscambio è realizzato in applicazione del principio di prevenzione introdotto dalla normativa comunitaria in materia e considerato intervento prioritario anche nel VI° Programma di azione ambientale dell’Unione Europea e seguendo gli indirizzi della normativa nazionale e regionale che obbligano le autorità competenti ad intraprendere iniziative atte a favorire la riduzione dei rifiuti.
    Ecoscambio costituisce lo strumento che consente ai cittadini di minimizzare i rifiuti intervenendo a monte, PRIMA che questi si formino e che debbano essere gestiti con aggravi ambientali ed economici per la collettività.
    In Ecoscambio si incrociano due pratiche straordinarie, una antichissima, quella del baratto, l’altra ultra moderna è l’uso della telematica . Ne nasce un connubio originale di elevata potenzialità partecipativa che offre finalmente ai cittadini l’opportunità di contribuire direttamente all’attività di prevenzione ambientale.
    Ai cittadini viene fornita gratuitamente una tessera con codice a barre sulla quale è riportato un codice identificativo come riferimento per l’attuale TARSU e per la futura tariffa rifiuti. Per ogni utenza è disponibile una tessera (un eventuale duplicato potrà essere rilasciato in caso di affitto stagionale dell’immobile). Con il ritiro della tessera il cittadino accetta di utilizzare Ecoscambio sotto la propria responsabilità dichiara di cedere definitivamente in forma gratuita ad Ecoscambio e ritirare da Ecoscambio in forma altrettanto gratuita oggetti d’uso quotidiano nelle condizioni effettive ed oggettive in cui si trovano sollevando Ecoscambio ( e quindi l’Amministrazione Comunale) da ogni responsabilità per le forme di utilizzo o funzionamento futuro.
    Potranno essere conferiti oggetti di uso domestico e hobbistico e non strumenti o macchinari specialistici relativi ad attività professionali direttamente presso la sede Ecoscambio negli orari di apertura.
    In caso di oggetti che necessitano di una verifica di accettabilità, questà sarà effettuata ad esclusiva discrezionalità degli operatori Ecoscambio sulla base della rilevazione oggettiva nella fase di accettazione degli oggetti.
    Gli oggetti conferiti alla sede Ecoscambio vengono fotografati, pesati, classificati ed inseriti nel catalogo informatizzato previa eventuale pulizia o piccola manutenzione.
    Un software appositamente realizzato, ed alcuni componenti hardware dedicati consentono agli operatori presenti ad Ecoscambio di gestire in tempo reale tutti gli oggetti in ingresso ed uscita ed avere un quadro aggiornato delle operazioni.
    Per ogni oggetto conferito viene attribuito un punteggio in relazione alla tipologia e alle condizioni generali; l’operazione viene registrata e a richiesta, viene rilasciata ricevuta.
    Tale punteggio viene accreditato sulla tessera magnetica del soggetto conferitore.
    I punti accreditati potranno essere utilizzati dal cittadino per poter ritirare altri oggetti disponibili presso Ecoscambio. Sarà sufficiente presentare la tessera Ecoscambio e disporre di un punteggio sufficiente per ricevere l’oggetto richiesto; il punteggio relativo allo stesso sarà scaricato e a richiesta sarà rilasciata una ricevuta dell’operazione.
    Al fine di favorire la fase di attivazione del sistema con un’ampia partecipazione di cittadini, la tessera all’origine ha un bonus in punti precaricato.
    I cittadini possono andare di persona al centro Ecoscambio dove troveranno personale che potrà guidarli all’utilizzo del servizio e visionare direttamente gli oggetti organizzati in uno spazio adeguato, verificare il saldo del loro punteggio, oppure potranno collegarsi al sito internet e visualizzare on line gli oggetti e la loro posizione Ecoscambio.
    La pesatura automatizzata degli oggetti consentirà si verificare realmente il quantitativi movimentati da Ecoscambio e la reale incidenza sulla riduzione della produzione di rifiuti . Report periodici con profili statistici dell’attività di Ecoscambio saranno consultabili on line.

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    Postato da: Paolo Mariani; in:Ambiente, Politica, Rifiuti; Tags:, , ; Commenti:No Comments

  • giu
    21

    Che strani tipi questi di Provaglio, permettono la realizzazione di 200 impianti fotovoltaici a costo zero sia per il Comune sia per i cittadini. Le famiglie che aderiranno al pregetto dimezzeranno immediatamente la bolletta elettrica senza uscire un solo euro di spese e fra vent’anni, diventando proprietari dell’impianto, non pagheranno più un centesimo per l’energia.  Mr Tanzarella do you know FOTOVOLTAICO?

    La Legge Finanziaria 2007 ha disposto interessanti incentivi per il risparmio energetico e per la produzione di energia pulita.
    Tra le varie agevolazioni anche quella relativa all’installazione di impianti fotovoltaici, costituiti da pannelli in grado di trasformare direttamente l’energia solare in energia elettrica, evitando qualsiasi tipo di emissione inquinante.
    Si tratta di un sistema, già diffuso in numerosi altri Paesi del nostro Continente, attraverso il quale è possibile generare elettricità senza l’uso di alcun combustibile; elettricità che, una volta raggiunto il proprio fabbisogno, può essere venduta dallo stesso cittadino al Gestore del Servizio (ENEL o Enti simili).
    L’importanza di tale misura non ha bisogno di molte sottolineature. Essa, infatti, non ha soltanto una evidente valenza ecologica (si tratta di energia “pulita” prodotta in modo “pulito”), ma ne ha anche una macro-economica, per non dire politico-strategica, in quanto rende l’Italia meno dipendente dalle forniture energetiche straniere.
    Eppure, nonostante ciò e nonostante l’accresciuta sensibilità ecologica dei cittadini, la straordinaria opportunità offerta dalla nostra legislazione è stata finora poco sfruttata. Ciò dipende, in parte, dai fastidi delle procedure burocratiche connesse e, in parte, dai costi di acquisto e di impianto dei pannelli fotovoltaici, per ammortizzare i quali si devono calcolare almeno dieci anni di produzione elettrica domestica.
    A tal proposito, la Società di Servizi AGS S.p.A. (una municipalizzata a capitale interamente pubblico), con la fattiva collaborazione del Comune di Provaglio d’Iseo, ha ideato un progetto “ad hoc” da sviluppare sul territorio. Il progetto capofila, si tratta della prima esperienza del genere in tutta Italia, prevede l’installazione gratuita di duecento impianti fotovoltaici presso le abitazioni di altrettanti nuclei familiari di Provaglio, Provezze e Fantecolo.
    A rendere possibile questa iniziativa, oltre all’Amministrazione Comunale locale e ad AGS, la partecipazione di un importante Ente collaboratore, la Banca di Credito Cooperativo di Pompiano e Franciacorta.
    Attraverso il “Fotovoltaico Facile”, questo il nome dato al progetto, AGS offre ai cittadini residenti (coloro che ne faranno richiesta e i cui nuclei abitativi saranno ritenuti idonei) un percorso assistito per la realizzazione di un impianto di produzione di energia elettrica tramite pannelli solari fotovoltaici.
    In termini pratici, la locale società di servizi acquista i pannelli fotovoltaici grazie al finanziamento della Banca di Credito Cooperativo di Pompiano e Franciacorta; si occupa poi dell’installazione e rimane ovviamente la beneficiaria dell’elettricità prodotta. Grazie a tale elettricità prodotta, nonché venduta al Gestore del Servizio, AGS fa fronte al finanziamento bancario, dimezza la bolletta delle famiglie coinvolte e paga il lavoro d’ufficio e di montaggio. Dopo vent’anni, comunque, la proprietà degli impianti e dell’intera produzione passa alle famiglie stesse.
    Nel caso specifico, poi, l’iniziativa proposta dalla municipalizzata provagliese offre una struttura in grado di occuparsi di tutte le fasi di realizzazione (consulenza, installazione e successiva assistenza) e il finanziamento dell’impianto al 100%.

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    Postato da: Paolo Mariani; in:Ambiente, Economia, Politica; Tags:, , , ; Commenti:No Comments

  • giu
    1

    I residui di posidonia spiaggiata possono essere compostati. La notizia è stata ufficializzata con la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale del 16 aprile scorso e nella pressoché generale indifferenza registriamo oggi la soddisfazione dai ricercatori dell’Azienda sperimentale “La Noria” dell´istituto di Scienze delle produzioni alimentari (Ispa) del Cnr di Bari, che da anni lavoravano sulla compostabilità delle alghe.

    «Il decreto (del 22 gennaio 2009), firmato dal ministro Zaia – si legge nella nota – contiene l’aggiornamento degli allegati al decreto legislativo 29 aprile 2006 n. 217 (la revisione della disciplina in materia di fertilizzanti) e fissa la quantità di posidonia che può essere aggiunta alle biomasse compostabili. D´ora in poi per la produzione di “ammendante compostato verde” (cioè il “prodotto ottenuto attraverso un processo controllato di trasformazione e stabilizzazione di rifiuti organici che possono essere costituiti da scarti di manutenzione del verde ornamentale, residui delle colture, altri rifiuti di origine vegetale”, ndr) “sono ammesse alghe e piante marine, come la posidonia spiaggiata, previa separazione della frazione organica dalla eventuale presenza di sabbia, tra le matrici che compongono gli scarti compostabili, in proporzioni non superiori al 20% (P:P) della miscela iniziale.” Lo stesso provvedimento prevede che negli “ammendanti con alghe” (non per la posidonia, quindi, che è una pianta marina superiore) la concentrazione del Tallio sia minore di 2 mg/kg sul secco».

    Nella gestione dei rifiuti solidi urbani i residui di posidonia spiaggiata escono finalmente dal limbo e diventano dunque una matrice compostabile, anche grazie al lavoro di ricerca condotto nell´Azienda Sperimentale barese.

    «Già a partire dal 2000, ma ancora di più negli ultimi due anni – continua il comunicato – i ricercatori dell´Ispa e della Facoltà di Agraria dell´Università di Bari hanno presentato alla comunità scientifica, anche internazionale, e agli organi di informazione i positivi risultati emersi dalle ricerche condotte a Mola di Bari sul recupero della posidonia spiaggiata.

    Finalmente si aprono nuove prospettive per l’impiego in agricoltura di queste biomasse spiaggiate altrimenti destinate alla discarica. In agricoltura la posidonia compostata potrà essere utilizzata come ammendante e sostituire in parte la torba nelle coltivazioni in contenitore».

    Dopo aver prelevato i residui di foglie e rizomi di posidonia da Mola di Bari, l’istituto di Scienze delle produzioni alimentari del Cnr di Bari e i dipartimenti di Biologia e chimica agro-forestale e ambientale e di Scienze delle produzioni vegetali dell’Università di Bari hanno caratterizzato il materiale e lo hanno compostato, unendolo a materiale legnoso proveniente dalla potatura di vite o olivo e a scarti mercatali. Il compost ottenuto è risultato di ottima qualità e compatibile per l’impiego in agricoltura, anche come substrato di coltivazione.

    Con queste ricerche i ricercatori baresi hanno proposto di impiegare la posidonia nella produzione di compost e di sottrarla così allo smaltimento in discarica che provoca produzione di percolato, inquinamento delle falde acquifere ed aumento dei gas serra.

    Ci rimane solo di sperare che i nostri illuminati amministratori ne siano al corrente e decidano di intraprendere questa strada piuttosto che, cosa che aimé ritengo più probabile, continuare a sprecare i nostri soldi e le nostre risorse.

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